CORSICO MALMö

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Un ponte sull'Europa attraversata dai migranti

 

 

 

 

                                                                                                     

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le 4 foto sopra rispettivamente: Rosengård Centrum, le aree di relax e ristoro e l'aula professori della  S.ta Maria Folkhögskola

 

 

 

 

 

 

 

La famiglia Kaldaras

 

 

 

 

 

 

 

L'assemblea degli studenti della Sankta Maria Folkhögskola

 

 

 

 

 

 

Per rispetto di un dolore che non ho mai vissuto ho scelto di non scattare foto all'interno del centro. Meglio quest'immagine di felicità per aver ottenuto lo status di rifugiate, tratta da media.hd.se

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E’ la volta di I.R.I.S. Skolan, una scuola per adulti rom che, a causa dei fallimenti scolastici cui va incontro la maggioranza di loro, corrisponde alla scuola dell’obbligo. Mi suona strano questo fallimento scolastico in un paese come la Svezia, ma evidentemente la vita dei rom non è facile da nessuna parte. Domando loro se non sarebbe meglio offrire sostegno all’interno delle scuole, e sì, in effetti ci stanno pensando. I.R.I.S. comunque si pone anche l'obiettivo di preparare i partecipanti ad ulteriori studi o al lavoro. Molti adulti Rom perdono le loro tradizioni, così il metodo pedagogico adottato tiene conto di questo e l’insegnamento si collega alla vita quotidiana e all’esperienza vissuta.

Attualmente ci sono circa 70 partecipanti divisi in cinque gruppi. I corsi vanno dall’alfabetizzazione al livello avanzato. Le materie: svedese per immigrati (che probabilmente significa lingua funzionale al loro percorso), inglese, matematica, economia domestica, educazione civica. Inoltre viene offerta consulenza e orientamento sociale per assicurare un buon successo, infatti ci tengono a dare il massimo sostegno ai loro studenti perché possono in futuro dare l’esempio e generare integrazione.  Il primo buon esempio lo dà la scuola stessa, che occupa personale rom e non rom.

Il personale e i partecipanti lavorano insieme sulla .base delle singole situazioni e prospettive per il futuro e in collaborazione con gli studenti viene preparato un piano di studi e un piano d’azione.

La vita della scuola si basa su quattro pilastri: Equità - Parità - Responsabilità - Partecipazione. Non a caso il nome che la sigla I.R.I.S. rappresenta: Internationella Romer i Samverkan, e “Samverkan” significa lavorare insieme.

Sono molto colpiti da quanto succede in Italia nei confronti della popolazione rom, Djura, uno degli operatori, mi chiede quanti ne vivano in Italia e a Milano. Non so rispondere con precisione ma prometto di informarmi e così faccio al mio ritorno: in Italia vivono 120.000 Rom in condizioni di semilegalità o illegalità totale e se a questi si aggiungono altri 80 mila che hanno la cittadinanza italiana il numero totale è di 200 mila Rom. A  Milano si parla di 6.000.

Per contro su 230.000 abitanti Malmö ne conta 7.000, una città in cui tra l’altro il 20% degli abitanti è straniero. In tutta la Svezia che ha 9.045.389 abitanti, concentrati soprattutto nelle aree metropolitane, vivono 60.000 rom. Senza spargimenti di sangue, nonostante le proporzioni, anzi, viene loro concessa la cittadinanza.

Mi mostrano e mi regalano un numero della rivista “È Romani Glinda”, dove ci sono foto accanto all’articolo che non so leggere della manifestazione svoltasi a Stoccolma il 5 giugno scorso in solidarietà ai rom che vivono in Italia.

Il meglio dell’Italia che posso raccontare è quanto agito nel mondo del volontariato assieme ai Rom. Porto la mia esperienza presso Casa della Carità, che offre accoglienza, orientamento e inserimento al lavoro e formazione linguistica. Ho portato in dono un libricino realizzato con alcune donne rom all’interno del corso di italiano, dove vengono valorizzati sia i loro progressi nell’apprendimento che la loro cultura e loro stesse come persone. Ricevo in cambio una pubblicazione simile, scritta dai loro studenti e un bellissimo libro in lingua romanì corredato di illustrazioni, in cui viene narrata in prima persona l’esperienza fin dall’infanzia di Aljoša Nils che vuole a tutti i costi diventare infermiere e dopo aver superato mille ostacoli ci riesce.

Infine mi fanno visitare la scuola. All’entrata avevo già notato un grande spazio, è la mensa comune che costituisce un importante luogo di riunione, dove si celebrano anche varie manifestazioni. Dal soffitto sventola la bandiera della “nazione” Rom. Lungo il corridoio che porta alle aule del piano superiore si nota un quadro realizzato da uno studente.

Le aule sono parecchie ed ognuna è accogliente, graziosamente arredate e dotata di libreria. C’è anche l’aula per lo studio individuale dotata di computer e una vasta sala di informatica.

 

Le immagini sopra e sotto: operatori di I.R.I.S. nei loro uffici

 

 

Dopo il pranzo “thai” nel quartiere, un tempo quartiere operaio abbandonato poco a poco dagli svedesi ed oggi popolato al 70% da immigrati, ci rechiamo presso il centro culturale rom di Malmö (RUF – Romska Ungdomsförbundet) gestito dalla famiglia Kaldaras.

 

 

Ci avviciniamo con rispetto a queste persone che mi dicono aver molto lottato per mostrare la dignità del loro popolo e per realizzare questo centro. Michel ci mostra la biblioteca, piena di libri per bambini scritti da rom;  il museo, dove tra costumi, oggetti di lavoro e di quotidianità sono raccolti anche alcuni preziosi manufatti in argento; l’asilo per i bimbi; lo spazio per le conferenze, gli spettacoli musicali e le proiezioni cinematografiche. Prima di andarcene ci scambiamo dei doni: cd del gruppo rom di Milano, la Banda del Villaggio Solidale, e il cd dei Gipsy Brothers di cui Michel è cantante.

 

 

Cronaca di viaggio - agosto 2008            a cura di Ambra Gasparetto

 Dall’aeroporto Gunilla Persson ci conduce alla S.ta Maria Folkhögskola, una delle tante scuole popolari di grado superiore di cui si pregia la tradizione svedese, nate nel 1868 all’insegna dell’educazione permanente, cui gli adulti, sostenuti da un prestito dello Stato, possono accedere in qualunque momento della vita interrompendo il lavoro (infatti sono diurne).

 Le ragioni di fondo dell’appoggio governativo all’educazione popolare si trovano in una risoluzione del 1998 del parlamento svedese: “L’importanza dell’educazione popolare è, anche oggi, una questione di difesa, rivitalizzazione e difesa della democrazia. Vista da una prospettiva internazionale l’instabilità della democrazia è ovvia. Si tratta del rischio di perdere l’ancoraggio popolare, di creare distanza tra elettori ed eletti, di sentirsi impotenti di fronte a uno sviluppo sociale che non si lascia influenzare… La sopravvivenza e la vitalità della democrazia devono basarsi su una cultura democratica fatta di dialogo, discussioni e partecipazione, come ingredienti fondamentali… Creare le possibilità di crescita dell’educazione popolare significa rafforzare la cultura democratica, contrastare l’abisso educativo e informativo nella società. In questo l’educazione popolare ha una posizione chiave. Può contribuire a creare forum di scambio e a lanciare un ponte sopra l’abisso tra gruppi di persone e tra le persone e la tecnologia”.

Il direttore, Stefan Bietkowski e gli insegnanti ci aspettano per uno spuntino ed un caffè svedese che consumiamo sul tavolo della sala professori. E’ il momento del break scolastico che studenti e insegnanti in genere trascorrono in quest’open space che è la scuola,  seduti ai tavolini  o sui divani a consumare il cibo portato da casa e che possono riscaldare nello spazio cucina, in un clima accogliente e protetto, specialmente per dei rifugiati, come buona parte dei migranti che vivono in Svezia e che frequentano la scuola.

Anche l’aula professori non ha nulla di rigidamente formale, triste ed opprimente, anzi, è colorata e luminosa grazie alle vetrate che non celano nulla del lavoro che vi si svolge. Scrivanie, librerie e materiali di lavoro sono posti lungo le pareti, mentre al centro campeggia un tavolo utile sia alle riunioni che al ristoro.

Antonietta, Teresa ed io veniamo poi accompagnate al primo incontro con gli studenti di una classe. Per lo più donne irachene, qualcuna siriana e un paio di ragazzi: un giovanissimo tunisino ed un rom. Dopo le reciproche presentazioni rispondiamo alle loro domande sull’Italia e mi viene spontaneo dire che sono fortunati a vivere in Svezia.

 

 

 

 

 

Il giorno seguente ci separiamo. Antonietta e Teresa intrattengono l’assemblea degli studenti, o meglio delle studentesse, della Sankta Maria Folkhögskola, raccontando loro come è organizzata la scuola corsichese di italiano e le diverse attività che realizziamo per favorire l’inclusione sociale degli immigrati, descrivendo gli studenti, spiegando il ruolo di Comune e Biblioteca e di Itaca, la nostra associazione nata dalla scuola, che include studenti, ex studenti e insegnanti.

Tra le domande degli studenti: come si svolge una prima lezione, quali le prime frasi che si insegnano. Ovvio, si comincia dalle presentazioni: “Come ti chiami,da dove vieni?- Mi chiamo, vengo da…” E via tutti in coro a recitare in italiano “mi chiamo… vengo da…”  Troppo divertente!

 

Per il primo giorno é tutto. Dopo essere passate in hotel a rilassarci per un’oretta ci dirigiamo alla ricerca di un ristorante, ripromettendoci di andare a letto presto, ma manco a farlo apposta ci imbattiamo nella sagra di Malmö, ovvero in un concerto trascinante di rock irlandese e poi nelle bancarelle alimentari. Tutta la via profuma di esotico, solo due o tre banchi offrono cibo svedese, persino all’insegna dell’integrazione culinaria: l’älgkebab (kebab di alce). Mi attira, ma muoio dalla voglia di un sandwich all’aringa. Antonietta e Teresa arabeggiano con falafel.

 

 

 

La bandiera rom

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cena e compagnia sono stupende! Persino le candele tricolori in onore di noi italiane

che riusciamo da volontari a fare quasi quanto loro supportati dallo stato.

Ma parliamo del cibo: gustosissimo. Abbiamo scoperto l’abbinamento gorgonzola salmone, abbiamo mangiato per la prima volta i gamberi di fiume, le aringhe fresche, il rosbeef  cosparso da scaglie di cren, abbiamo assaggiato la salsa alla senape insaporita con aneto.

Il dopo cena non è stato meno entusiasmante, ballando al suono della musica prodotta dal fidanzato sudafricano della figlia di Monika.

E da lontano abbiamo occhieggiato i fuochi d’artificio che chiudevano la sagra di Malmö.

 

Bene, prima di rientrare alla Sankta Maria ci fermiamo a comprare qualcosa ad un chiosco che  come l’algkebab simbolizza l’integrazione sul piano alimentare.

Immagini di integrazione culturale e architettonica

 

Cena svedese
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A scuola fervono i preparativi della cena che in nostro onore daranno questa sera a casa di Monika.  Stefan e Claes mi propongono di accompagnarli al negozio specializzato in bevande alcoliche. Passiamo in auto davanti ad una bella moschea posta in un vasto spazio vede. “Che bella” dico piena di meraviglia. “Le hanno dato fuoco per due volte” mi informa tristemente Stefan. E sì il razzismo si annida ovunque, ma qui nessuno si è fatto scoraggiare e il minareto di Malmö svetta nel cielo.

Anche i commercianti non disdegnano di vendere t-shirt con immagini interculturali come quella d’una chiesa e d’una moschea collegate da un ponte sullo sfondo di un sole nascente.

Fatti gli acquisti abbiamo abbastanza tempo per visitare Malmö prima di cena. Gunilla e Inge ci vogliono mostrare la parte più moderna in via di ultimazione, a modo suo affascinante, dove l’architettura sorge su una vecchia area industriale ai bordi del mare.  La torre, detta “spirale” non stona affatto con l’insieme.

Io invece mi reco con Gunilla presso il centro di accoglienza per rifugiati: “Migrationsverket”.

Ci tengo a cogliere l’insieme della condizione dei migranti in Svezia e delle politiche migratorie di questo governo, anche per cogliere le differenti basi su cui si poggia il lavoro degli insegnanti.

Mentre aspettiamo il nostro interlocutore sedute tra i tanti richiedenti asilo in attesa di colloquio osservo l’ambiente. Nella sala le panche sono posizionate in maniera circolare in modo da facilitare la comunicazione, anche se solo visiva, perché c’è un triste silenzio. Lo sportello della reception è separato ma a vista e gli operatori, assai affabili, sono visibili. Le porte degli uffici attorno alla sala sono aperte, sono solo più distanziate le stanze dove si svolgono i colloqui, per favorire la privacy.

Ecco che arriva il nostro interlocutore che ci conduce subito in sala ristoro per un caffè, prima di farci accomodare in sala riunioni. Proviene dalla Bosnia e come lui gran parte degli operatori provengono da paesi di emigrazione, portandone il vissuto, come coloro di cui si occupano. In Svezia gli stranieri sono sentiti come una risorsa, sottolinea. “Beh, anche da noi”, preciso, “in Italia ci sono i mediatori linguistico-culturali” ma per essere sinceri “non fanno parte del personale, intervengono su chiamata”.

In tutta la Svezia ci sono 3.500 persone ad occuparsi di rifugiati. Lo status di rifugiato viene ottenuto entro 6 mesi dalla richiesta, ci vuole un po’ più tempo solo in casi c

omplessi. Durante questo periodo i richiedenti asilo ricevono 71 corone al giorno + l’accoglienza in hotel , 61 corone a testa se si tratta di una coppia. Appena ricevuto il permesso di soggiorno permanente vengono loro messi a disposizione degli appartamenti dal Comune, possibilmente di altre città, poiché Malmö ha esaurito lo spazio. In caso di diniego del permesso, avviene un incontro affinché la persona possa decidere di rientrare volontariamente, altrimenti viene accompagnata al paese d’origine dalla polizia svedese che è tenuta a fare una verifica delle condizioni di sicurezza del rimpatriato ed a stilare un rapporto sul Paese, cosa che potrebbe anche determinare la revisione della pratica.  Per sostenere il rimpatrio degli iracheni vengono devolute 20.000 Corone. Nella nuova città è già tutto predisposto e non è necessario un’ accompagnamento ai servizi, che sono fruibili e situati ovunque, compresa la prima accoglienza scolastica per i bambini.

Attualmente il 50% dei rifugiati sono iracheni che spendono da 5.000 a 25.000 $ per arrivare in Svezia. “Dunque i più poveri arrivano a Lampedusa!” esclamo, e poi domando come possano entrare in Svezia senza documenti, non certo passando dall’aeroporto. Mi spiega che il loro viaggio comincia in aereo fino ad una certa destinazione e prosegue in camion attraverso l’Europa. I trafficanti dividono il “carico”, da una parte gli uomini, dall’altra le donne e dall’altra ancora i bambini, soli, che capita muoiano per asfissia. Lungo le strade della Germania  sono anche stati trovati cadaveri di adulti. 

I rifugiati scelgono la Svezia perché accoglie le famiglie, chi riesce ad approdare per primo può in tempi brevi fare il ricongiungimento familiare.