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Il viaggio degli insegnanti 
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Nel 1995 gli studenti del corso di italiano  avevano rielaborato il loro viaggio di vita, seguendo un percorso a tappe, archetipo  dell'erranza. Il viaggio che hanno raccontato riguardava la loro migrazione. Una  migrazione anche interiore.
I viaggi che oggi presentiamo hanno la  stessa valenza e sono descritti dagli insegnanti del corso, tanto per non essere  da meno, o meglio, per affermare nei fatti una relazione di reciprocità con i  migranti, dove ciascuno si mette in gioco. Anche un'occasione per riflettere sulle  proprie motivazioni e per rielaborare l'esperienza appena fatta e in divenire.
Il viaggio di...
Giovanna
Quando  ero piccola riuscivo a parlare con tutti. Ero una "donnina" loquacissima, capace  di strappare un saluto anche al più burbero degli esseri umani. E mi piaceva  farlo. Mi affascinava riuscire a trovare un sorriso anche dove prima non c'era.  Il mio Amore segreto è sempre stato l'altro, colui che viene, colui che ti dona  con le sue parole un'ottima vista sulla vita. E apre porte che prima non pensavi  potessero esistere. E con la semplicità di un passo, ecco, sei già da  un'altra parte. La  piccola Giovanna viveva in un mondo immaginario. I miei compagni di giochi  preferiti non esistevano e vivevano in luoghi magnifici...ma lontanissimi dalla  mia casa. Ero affascinata da un magico "lontano" avventuroso ma  carezzevole. Più  avanti negli anni, pressappoco in coincidenza con gli untimi anni delle  superiori i miei sogni diventarono più concreti. Volevo diventare magistrato,  volevo andare in Sicilia, la terra di mio padre, e combattere per una causa in  cui credevo. La Giustizia Sociale. Il mito dell'Uguale. Così  cominciai a studiare legge. I primi anni di università furono davvero  faticosi. La mia sete di gente e di esperienza mi portava a fare i lavori più  disparati (dal muratore alla telefonista) Fino  a quando approdai in un pub e cominciai a lavorare dapprima come cameriera e poi  come bar woman negli orari notturni. E mi sembrava d'essere al centro di tutto.  Tutto passava da quel bar. E io finalmente potevo  guardare. Al  quinto anno di Giurisprudenza decisi di fare esperienza in uno studio di  Avvocati. Così, per capire. E li si ruppe tutto. Tutto quello che mi ero  costruita, il mito della giustizia e dell'umanità si sono frantumati  sull'iceberg della realtà. Era  tutto diverso. Il lavoro dell'avvocato non aveva nulla di umano. Anzi. Era un  laccio che mi stringeva il collo fino quasi a soffocare. Restavo chiusa in un  ufficio ore davanti al computer a scrivere lettere ed ingiunzioni mentre tutto  fuori correva, e mi sembrava corresse troppo velocemente. E io ero Immobile.  Ferma. China sul niente. E  fu così che decisi di passare un colpo di spugna sulla mia vita e di  ricominciare tutto daccapo. Lasciai giurisprudenza e mi  imbarcai verso un'atra meta. In  realtà non sapevo bene quale fosse....ma sapevo dove non volevo andare.  Mi iscrissi a scienze politiche e scelsi l'indirizzo  sociologico. E cominciai a pensare a cosa fare della mia  vita. Intanto  continuavo a fare la barista. A studiare la vita per come mi si presentava. Poi  tornavo sui libri. La sociologia. La Letteratura. La Storia. L'Arte tutta. E  tutto mi sembrava una piccola prospettiva. Una sfaccettatura di Vita. Mi slegavo  lentamente da ogni laccio. E mi imbattei, finalmente,  in me stessa. Così ho cominciato a sciogliermi. Cosa volevo davvero? E più mi spremevo le meningi e meno arrivavo a qualcosa. Così decisi di smettere di pensare. E tutto arrivò da sé. Le  prime esperienze di insegnamento. Un  nuovo lavoro all'Ikea. E poi, finalmente, il corso di  Italiano per stranieri. E cominciai a sentirmi bene. Sì, stanca. Ma più serena e  meno ossessiva nei confronti di me stessa. E degli altri. E'  così che sono arrivati nuovi obiettivi. E mi si è spalancato un nuovo, immenso  orizzonte. E io, faccia al sole, non posso far altro che guardare. E dopo tanto  tempo, sorridere di nuovo. Torno  a me stessa, ora, davvero più ricca e meno "ansiogena". Ora so che per aiutare  gli altri devo solo continuare a camminare. Le direzioni cambiano. Ma io resto.  Con le mie gambe, i miei occhi, le mie orecchie e le mie mani  aperte. La  sete, quella, non si placa mai. Ora lo so. Ma  ora so anche da dove sono partita. E dolce sarà partire di nuovo e di  nuovo e di nuovo ancora. Perché ora sono tornata a me  stessa.
Cristina
Per raccontare il mio arrivo come insegnante  di italiano per stranieri descriverò un percorso che sembra lontano e anche un  po' estraneo, ma in realtà non lo è. Decisi di partire per la Francia, spinta dai  continui fallimenti nell'esame di francese scritto del primo anno di  università. Pensavo che in fondo qualche mese all'estero  mi avrebbe tirato fuori da una situazione di stallo che ormai durava da troppo  tempo. Beh, a quel punto era un sogno che dovevo  realizzare e poi star lontano da casa è una cosa che mi ha sempre  entusiasmato, anche se all'inizio, devo ammetterlo, sicurezza e decisione vanno su e giù. Ma  in quei momenti bisogna pensare solo all'obiettivo che ci si è imposti al  perché del viaggio! Non conoscevo nessuno che avesse fatto  un'sperienza simile, ma sicuramente per me sarebbe stata grandiosa e poi avrei  imparato la lingua! Ok, d'accordo, il francese è molto simile  all'italiano, ma io non sapevo dire proprio nulla. Ogni tanto mi tornava alla  mente una canzoncina che ci insegnò la nostra  professoressa delle medie, e soprattutto il suo accanirsi con le nasali ben  pronunciate, marcandole con un gesto al naso, tappandosi una  narice. Quando arrivai, con quella valigia enorme  (tre mesi e mezzo di vestiti), mi trovai di fronte un appartamento al piano  terra con dello sbarre alle finestre e mi accolse, se non ricordo male, una  ragazza olandese. Bene, vivevo in casa con 13 persone di  nazionalità diversa e all'inizio non mi sembrava una figata! Passai la classica settimana tra pianti e  nostalgia di casa e il tutto era peggiorato dalla mancanza di comunicazione, o  meglio dall'averne voglia, ma di non riuscirci. Ma io non mollo mai subito, faccio  passare qualche crisi prima di decidere di tornare all'ovile. E poi il lavoro, che lavoro! Donna delle  pulizie in un residence. Ricordo ancora lo stato della mia prima stanza da  pulire. Apparteneva ad un ragazzo tedesco di 18 anni  che la notte prima aveva festeggiato alla grande la sua partenza, per poi  tornare in camera per liberarsi di tutto quello che aveva bevuto. La mattina era molto bello. Frequentavo un  corso di francese e vedevo i miei progressi di settimana in settimana. L'unico contatto con l'italiano erano i  messaggini obbligatori per tranquillizzare la mamma.  Per il resto cercavo di evitare tutti gli italiani (esperimento non totalmente  riuscito). Durante quei mesi contavo solo su me stessa,  anche se è stato inevitabile fare amicizia con gli altri, anzi, erano la mia nuova famiglia. Però decidevo quello  che volevo e che volevo fare nel mio tempo libero, quando cenare, quando fare la  spesa. E poi le lunghe passeggiate fino al porto,  per andare a sedermi sugli scogli e pensare, e cantare, e sorridere mentre gli  schizzi delle onde sulle rocce mi solleticavano il viso e il vento fresco mi  sfiorava la pelle. Dovrei stare qui a raccontarvi tutto, forse  potrei scrivere un romanzo. Ma tutte le cose finiscono e così anche il mio  viaggio. Inutile dire quanto sia stato straziante il  ritorno. Difficile riprendere la vita di prima e  soprattutto aver voglia di raccontare la tua esperienza perché tanto sai che  poche parole non bastano, che sminuirebbero tutto e che nessuno può capire cosa  hai passato, nessuno, solo tu. Vi chiederete, questo mio viaggio, alla  fine, cosa c'entra con il corso di italiano... Frequento la biblioteca da più di otto anni, e due anni fa mi è capitato di ascoltare la voce dell'insegnante che proveniva dalla sala ragazzi... beh, ascoltavo con una certa attenzione, e pensavo che sarebbe piaciuto anche a me poter insegnare agli stranieri.  Ho preso coraggio e un giorno, era estate, ho chiesto all'insegnante cosa avrei dovuto fare... e sorpresa, si presenta l'occasione. Quando insegno, quando parlo con loro mi  metto spesso nei loro panni e penso al mio vissuto in Francia, a tutte le  difficoltà che avevo, sia scolastiche e quindi di comprensione, sia a livello  relazionale, umano. Mi rendo conto che le loro difficoltà, i loro problemi sono  molto più grossi e importanti di quelli che ho avuto io, ma, nel mio piccolo,  posso capirli.  Così ho intrapreso questa nuova esperienza e  questa volta, come le altre, mi auguro buon viaggio.
Loredana
Io vorrei pensare alla vita come a una  spirale. Il cerchio infatti, a parte trasmettere  un'idea di perfezione che non è per noi comuni mortali, quando si chiude, porta  con sé l?idea della finitezza, del concluso, appunto. Per una persona sconclusionata come spesso  mi sento di essere, l?immagine della spirale con i suoi continui ritorni, ma ad  un livello sempre più altro (o più basso, è irrilevante) mi dà l?idea della  continuità pur nello scorrere, apparentemente lineare, del  tempo. Il richiamo da lontano non può essere  l'infanzia, età contenitore di esperienze più subite che  agite. Il mio viaggio io non l'ho sognato, mi è  stato imposto quando una rivoluzione popolare ha cacciato coloro che come me,  sono stati dichiarati nemici della patria. Ma il mito me lo ero già costruito ben  prima. In un paese dove i fili d'erba di un prato si possono contare, per me il  mito era il verde visto dalle autostrade: una patria-natura-giardino dell'Eden con i frutti rossi, non  perché del peccato o della tentazione, ma perché maturati grazie all'acqua che  li aveva innaffiati. La peregrinazione è senza dubbio  l'adolescenza passata ad emulare modelli secondo me irraggiungibili e pur così  vicini, per le stesse insicurezze che ci accomunavano (a saperlo  prima). Fra le tante figurine nelle quali ti puoi  identificare è difficile sceglierne una, e forse perché volevo più di un  compagno di viaggio. Ecco che me stessa diventa a turno studentessa,  lavoratrice, fidanzata, figlia, amica amante sposa e madre senza capirci molto,  tranne che sei trasportata dai sentimenti degli altri come una deriva che non  sceglie la rotta ma la segue di conseguenza. L'amore forse può far diventare uno ciò che  ch'enne tante sfaccettature rischia di sfaldarsi:  l'amore per se stessi, da scoprire, se non se ne è avuta occasione prima, da  adulti.  Non credo nella possibilità del ritorno ad  un punto originario, ma spero ci sarà un giorno in cui siederò su una poltrona,  o su una sedia in una cucina davanti a una tazza di tè, o mi coricherò in un  letto e dirò: ecco. mi sento a casa mia. La "scuoletta" di  lingua italiana per stranieri è stata un giro di spirale piuttosto vorticoso. Le  facce, i nomi, le storie che ho incontrato lasceranno sicuramente in me un segno  e la voglia di ricominciare l'autunno prossimo. Arrivederci.
Maria Chiara
Adattare, o meglio, ritrovare tutto quel  percorso a tappe, archetipo dell'erranza, non è stato così difficile come  credevo. In effetti, tutta l?esperienza di  quest'ultimo anno (o poco meno) per me ha significato un viaggio conoscitivo  inatteso, e ancora incompiuto. Dalla prima proposta a partecipare ad una  scuola di italiano per stranieri alla mia adesione il passo è stato brevissimo.  Innanzitutto la curiosità di provare a me stessa se vi sono dentro di me  capacità nascoste. Sapevo che in un ambito sociale così eterogeneo e contingente  qualcosa di nuovo avrebbe dovuto certamente rivelarsi. E poi, la curiosità di  toccare con mano (e occhi, orecchie, cuore) chi fossero i benedetti immigrati,  di cui tanto avevo letto nei libri per un esame universitario dato l?anno  scorso. Insomma, desiderio di crescere e levarsi uno sfizio, consapevole di non  aver nulla da perdere. Oltretutto in me è sempre stato vivo l?impulso  (sicuramente ereditato da mio padre) di uscire dalla mia strada, più o meno già  abbozzata e conoscere una realtà esterna alla mia, in completa autonomia (cosa  relativamente possibile, visto l'aiuto che costantemente ho chiesto a Loredana,  Ambra, Cristina, ecc.) Fatto sta che l'impresa si è rivelata in  tutta la sua complessità fin dall'inizio: dall'orientamento delle lezioni (e  della loro impostazione, ogni volta riadattata), all'uso dei libri di testo,  fino all'imparare a alla moderare le mie manifestazioni impulsive nei confronti  dei punti di vista dei miei interlocutori. Devo dire che di fronte a mentalità anche  radicalmente differenti (mai opposte) dalla mia mi sono sentita non come  un'occidentale, o un'italiana, ma come semplicemente Maria Chiara. In fin dei conti ho scoperto di avere molto  in comune con chi sta tentando di aprire gli occhi su un nuovo paese e si trova  conteso tra l'amore filiale per una cultura e l'impulso istintivo di abbracciare  le novità. Molti di noi siamo infatti di seconda  generazione.
Rossella
Il mio cammino verso l'insegnamento, o  meglio, il mio percorso,  accidentale come tante altre esperienze.  L'errare porta comunque allo sconosciuto, a  realtà che sono lontane dalla nostra e per questo affascinanti e ricche di  possibili crescite, di possibili aperture. Fin dal principio di questa esperienza c'è stata una continua apertura al  possibile. Possibile diversità del sentire, del percepire la realtà adottando il  punto di vista di persone che si avvicinano a un mondo totalmente nuovo, ma che ne possiedono già uno dentro e che  con sé portano dubbi, speranze, sogni, illusioni, dove al desiderio di libertà  che conduce alla partenza si contrappone una realtà di libertà fittizia  all'arrivo. Il mio percorso con i "miei ragazzi" è un  continuo provare e trovare un senso comune, uno spirito comune, o una "via" che  possa creare legame, un "esserci" all'interno di un mondo ancora da scoprire e  da inventare di esseri così diversi, esperienzialmente parlando, che si incontrino realmente.
Sabrina
Un giorno,  leggendo "la profezia di celestino" (parlava delle coincidenze nella vita) ho  avuto una sorta di illuminazione: la parola COMUNICAZIONE. Ho pensato ai  miei. A mia madre che mischia il dialetto piemontese all'italiano e che quando  si emoziona dice destra al posto di sinistra ma che all'estero si fa capire da  tutti e che quando ospitavo amici stranieri faceva gran conversazioni tra un  gesto e l'altro. A mio padre che invece legge e scrive sempre, continua a  cercare le parole e cambiare le virgole delle sue brevi poesie, sfoglia gli  elenchi telefonici per trovare i nomi adatti ai personaggi del romanzo che  scrive da vent'anni e che mi inventava ogni sera favole  lunghissime e piene di dettagli. Al tempo studiavo lingue all'università ed il  mio fidanzato di allora scienze della comunicazione. Molti miei  amici avevano velleità artistiche, fotografi, illustratori, ballerine, tutti con  qualcosa da COMUNICARE. Io stessa ho  scoperto anni fa la possibilità di avere un giornale on line su cui pubblicare  scritti e autoritratti, ne ho aperto uno e anche se per periodi lunghi non ho  nulla da dire non riesco a chiuderlo, perché ho sempre bisogno di tenere una  finestra del mio mondo aperta. A scuola sono  stata sempre una "che se la cava" è brava ma non si  impegna, nonostante questo i miei compagni di banco (e di stanza nelle  gite) erano sempre bambini che erano considerati dalla classe "i casi umani". Io sentivo che  le maestre abusavano della mia disponibilità verso gli altri. Ora le cose della  scuola che ricordo meglio sono quelle che ho cercato di spiegare a loro. Ho cominciato a  studiare lingue verso i 9 anni. Più imparavo più volevo vedere. Ho cominciato a  viaggiare, attratta soprattutto da paesi che non erano esattamente mete  turistiche. Sono stata in Romania ed ho vissuto per un mese in Russia e ho  capito cosa vuol dire essere diversi e uguali. Il viaggio  dell'insegnamento è stato il più duro. Volevo imparare ad insegnare esattamente  come avevano insegnato a me alcuni, ed il contrario di come mi avevano insegnato  altri. Mi sono buttata  nelle ripetizioni, poi ho cominciato ad insegnare ai bambini e mentre insegnavo  ai bambini una collega mi ha fatto notare che il volontariato poteva essere non  solo una bella esperienza, ma anche una buona scuola. Ho cominciato a  capire cosa vuol dire educare, non solo insegnare. Ovviamente l'ho capito  sbagliando, ed è stata una delusione grandissima, ma l'unica che mi abbia fatto  crescere veramente ed accettarmi anche nelle mie debolezze. Esattamente come  alle elementari spiegando agli altri ho imparato e capito nuove cose. Quello che  da studente mi sembrava naturale (le mie insegnanti erano così disinvolte,  avevano un uso perfetto dei tempi delle lezioni ed erano sempre coerenti e  costanti nella loro dolcezza e severità) da insegnante mi sembrava uno scoglio  insormontabile. Il mito dell'insegnante perfetto mi perseguita sempre. I primi  tempi (ma capita ancora spesso) continuavo a pensare: E adesso cosa dico? E  questo come te lo spiego? E mi sentivo incostante, poco  paziente. Pian piano ho  scoperto di essere una persona contemporaneamente approssimativa e  perfezionista. Troppo pigra per portare a termine le cose ma terrorizzata dalla  possibilità di sbagliare. La vera partenza verso la mia vera libertà (dai  giudizi degli altri e miei) è stata imparare a correggermi. Questa continua  tensione tra sbagli e delusioni da una parte e scoperte e conferme dall'altra si  è lentamente trasformata in una sfida. Ricerca, conquista, nuova ricerca, fuga,  salto dell'ostacolo, nuova conquista. Sempre muovendomi a tentoni, seguendo le  sfide che il caso mi poneva davanti. Ho ricominciato  a imparare. Sempre con un orecchio teso cercando di carpire ogni minimo  suggerimento dall'esterno, ma da sola. Senza chiedere sempre agli altri un voto  o un riscontro. Ho imparato a essere metodica per correggere la mia confusione e  più tollerante con le parti del mio carattere che non amavo. Ho imparato a fare  un passo dopo l'altro e ad avere obiettivi da raggiungere da sola. Ho  trasformato i sogni in progetti e a renderli razionali e quindi realizzabili. Gli affetti  sono sempre stati per me un dilemma. Per il mio carattere un po' malinconico  vivo circondata non solo dagli affetti del momento, ma anche dai ricordi. Anzi,  potrei dire di essere ossessionata dai ricordi. Ho perso, nel viaggio, per  motivi stupidi, mancanza di abitudini comuni o per scelte di vita, alcune  persone che ho amato molto, e non c'è giorno che non dedichi loro un pensiero.  Sono sempre stata convinta che l'amore sia per sempre, anche quando sembra che  finisca. Inoltre, mi sono sempre innamorata in poco tempo delle cose, delle  persone e dei posti. Poi sono  purtroppo cambiata, nel viaggio. Forse la molla è scattata quando ho capito che  i bambini a cui insegnavo sarebbero cresciuti e non li avrei più visti. O forse  quando mi sono stupita della mia poca partecipazione emotiva alla perdita, in un  incidente, di una piccola alunna. Ho scoperto di essere stata costretta, per  difendermi da questo terrore del distacco, a diventare più cinica e  indifferente. E ho scoperto di aver costruito una diga per arginare la  gigantesca onda di affetto che parte da alcuni studenti, proprio quando io  stessa cerco di distruggere a poco a poco il muro che si sono creati gli  studenti più timidi. La nuova sfida,  al momento, è quella di imparare un nuovo equilibrio, di creare nuove sfide e  nuove occasioni per imparare.
Fidarmi di  quello che mi circonda e del mio istinto. (=nuova  peregrinazione)
Non  fermarmi, continuare a  crescere personalmente e nel lavoro, (=nuovi miti, nuovi desideri di  libertà)
Appassionarmi  senza farmi affondare o sfinire. (=nuovi amori)
Daniel
Viaggiatore,  Errante, Esule, Profugo o Daniel?
Alle  elementari, la maestra di inglese era molto carina.
Somigliava  tremendamente a quella di religione. E la cosa mi aveva colpito  molto.
Ero  convinto che fossero la stessa persona.
Alle  medie, la prof di inglese non era carina ma mi fece amare la  lingua.
Cominciai  a pensare un po' in inglese.
Diventai  bravino a leggere e parlare  (inglese).
Per  me il viaggio non era un sogno: era qualcosa che avrei fatto.  Punto.
Punto?  Forse no. Stavo già cominciando a sognare, mentre all'Arci di Via Adige a Milano la tizia mi parlava di aereo,  treni, vitto e alloggio - il tutto era riportato su un foglietto giallo; la  ascoltai un po' sì, un po' no.
Stavo  per andare in Inghilterra (quinta liceo, 17 anni).
Di  certo l?estate aiuta: fa caldo e ho voglia di partire, senza pensarci  troppo.
Poi  ci ripenso: sono già a Malpensa.
Due  chiacchiere e saluto mamma e papà, "stai attento, blabla", ?ok, cià.
Amo  l'aereo. Mi dà giusto il tempo per pensare che?
?che  sto andando via.
Allacciare  le cinture, stiamo atterrando. Heatrow,  Londra.
Aeroporto,  zaino, metropolitana, sfodero il foglietto giallo, chiedo indicazioni (mi piace  chiedere indicazioni), patatine e acqua da Mac Donald mentre aspetto un treno, salgo, scendo, stazione  desolata chissaddove, cabina telefonica, chiamo Peter. Boh!
Devo  aspettare che arrivi.
Che  bello viaggiare da soli, in mezzo a migliaia di persone. E parlo con me. O posso  anche stare zitto.
Peter  è arrivato. Capelli rossi, faccia da inglese, niente di più indicato per farmi  risvegliare senza traumi dal mio viaggio nel viaggio.
Destinazione  Wisbech, in un campus (boh)  in cui si studia e/o si  lavora.
Studio  e lavoro, conosco un sacco di persone e ogni tanto torno con me (altrimenti  sarei andato a Riccione).
Immagino  che sia forte il desiderio di legarsi ad altri, quando rimani  solo.
E  mi piace pensare che sia più facile quando sei uno straniero in mezzo a  stranieri.
E'  un desiderio che diventa bisogno, e per me è una di quelle cose che ti fa  sentire vivo, e non ci pensi, e va bene così. E poi che cosa ti rimane se non  vivi lasciando da parte tutto ciò sei stato costretto a  imparare?
Ritorno  traumatico, come tutti i ritorni, credo. Devo lasciare tutti gli amici che ho  conosciuto, che in estate sono sicuramente più belli che in  inverno.
In  fondo, però, è pur sempre un viaggio, destinato a concludersi o a essere sospeso  momentaneamente, per lasciare spazio a un altro viaggio.
Stampo  una copia per ricordarmelo.
Qualcun  altro ha sentito il richiamo. Sono stranieri, al corso di  italiano.
Forse  è il loro viaggio. Speriamo vada bene. Forse è anche il mio. Continuerò a  viaggiare, per sentirmi un po? straniero.
Meglio  essere uno tra gli altri, piuttosto che uno tra tutti. Non so se ha senso, ma mi  piace. Spero di vedere la mia frase su una lattina di chinottosanpellegrino.
Stampo  una copia per ricordarmelo.
Ambra
La mia prima  bambola aveva le "pelle" nera.
Quando al paese  arrivavano gli "zingari" mia nonna non voleva che mi avvicinassi a loro, invece  io andavo a curiosare. Mi ricordo di un pomeriggio passato a giocare con un  bambino, scivolando giù per i fossi guardandoci negli occhi e sorridendo, senza  scambiare una parola.
I miei genitori  sono emigrati dalla campagna alla città e io sono rimasta con i nonni - quando  mi hanno portata con loro il mio inserimento sociale (scuola) in città è stato  molto sofferto.
Da bambina mi  chiamavano "la maestra", radunavo gli altri bambini per i compiti e più di tutti  aiutavo gli svantaggiati ? Dopo le medie i miei insegnanti mi hanno consigliato  l'artistico o le magistrali, ho scelto le magistrali.
Con mio padre  viaggiavo sulla carta geografica dove mi mostrava i luoghi dove lui era stato.  Poi ho viaggiato nella realtà e in tutti i sensi (da un lavoro all'altro, da una  situazione all'altra, dentro me stessa).
Mi sono sempre  legata ad uomini "stranieri", o meglio, diversi, fino a sposare uno straniero  vero e proprio. Abbiamo divorziato ma ho voluto trasformare un'esperienza  negativa in positivo, un'esperienza di vita in lavoro.
Siccome tutti  davano la colpa del fallimento del mio matrimonio alla differenza culturale e io  non lo accettavo, ho fatto una specie di scommessa con me stessa: che erano  possibili le relazioni interculturali. Non accetto neanche la parola fallimento.
Il mito del  viaggiatore è sempre stato in me (un padre sempre in viaggio, un padre che ho  visto poco nei primi anni di vita).
Non mi sono mai  adattata alla scuola pubblica né da allieva né da insegnante. Da allieva mi  sentivo solo un numero, l'insegnante della 1° elementare secondo me era sadica,  quello di seconda un indifferente. Da insegnante non mi piaceva la relazione  istaurata dai miei colleghi con gli allievi. La mia infanzia ha sviluppato in me  l'allergia alle cattive relazioni.
Ho sempre mal  sopportato il lavoro dipendente. Pochi lavori mi hanno motivata come quello  di insegnare italiano ad  immigrati, dove ho liberato la  creatività. Negli anni '90 era ancora una professione tutta da inventarsi,  liberamente. Lo è ancora oggi.
Dopo la  separazione, mentre cercavo di ricostruire la mia vita, l'idea si è formata  casualmente (che coincidenza del destino!) attraverso un libro sulla salute  degli immigrati che il Comune di Milano mi spedì a casa. Tra gli autori c'era una  pedagoga ora famosa che insegnava alle 150 ore, dove erano stati istituiti i  primi corsi di italiano per stranieri. L'ho cercata presso la scuola e ho  indagato sulle possibilità di insegnare, ma avrei dovuto essere di ruolo per  passare alle 150 ore. L'occasione è  nata in una festa degli esuli  argentini che avevano bisogno di insegnanti nella scuola della loro  associazione. Altra coincidenza mentre stavo sperimentando relazioni "straniere"  di tipo amicale anziché matrimoniale (primo passo della trasformazione). Mi  dissi che se proprio volevo insegnare, se non lo potevo fare professionalmente,  avrei fatto volontariato (secondo passo: dall'amicale al sociale). Dal  volontariato alla professione il passo è stato breve, furono istituiti i primi centri di  accoglienza con progetti di scuola al loro interno, per i quali cercavano  persone motivate, sono stata segnalata dal presidente dell'associazione  e
da allora in  poi sono passata da un progetto all'altro promosso da vari enti, fino a  progettare personalmente i corsi per il Comune di Corsico
Ogni nuovo  incarico costituiva un'esperienza nuova, un ponte verso quella che seguiva, ogni  progetto realizzato rappresentava l'evoluzione del  precedente
Dopo una decina  d'anni ho sentito il bisogno di una evoluzione nuova e diversa, mi sentivo  pronta a costruire "scuole", cercando di aggiungere ai saperi degli esperti  qualcosa che mi sembrava sottovalutato/sottovalorizzato. Detto in breve: la relazione.
Ho rielaborato  dentro di me l'esperienza molteplice:
dei corsi (tra  cui quello di progettazione di servizi che mi è tornato utile), dei convegni e dei seminari che ho  frequentato; dei testi studiati  (attraversando varie discipline); delle ricerca in altre culture (attraverso i  libri, i film e soprattutto le persone); del lavoro in équipe, dove ho appreso  utilizzare il linguaggio adeguato, a considerare diversi punti di vista e dove  ho imparato dalle competenze altrui; della relazione con gli studenti.
Ho riadatto le  mie passioni di vita nel lavoro: leggere, scrivere, viaggiare, occuparmi degli  altri.
Prosegue il mio  "viaggio", cerco, trovo, lascio.  Migro continuamente.
Credo di aver  ricevuto molto amore nella vita, ma ho vissuto e rivissuto anche l'abbandono. Ho  bisogno di dare e ricevere amore. Sento una perenne mancanza d'incoraggiamento  affettivo. So che cosa vuol dire "perdita", di luoghi, cose, persone. Sento  molta affinità con i migranti. La mia relazione con loro è una continua replica  dell'abbandono. Questa consapevolezza mi da forza. Come ho scritto nella pagina  delle dediche di "Parliamo d'amore":
"All'amore perduto, perché pur sempre amore  è stato quello che ci ha nutrito e ci permette di amare  ancora".
Penso che non  si possa insegnare e apprendere senza il coinvolgimento affettivo, che non ci si  debba trincerare dietro il sacro ruolo e che la motivazione economica non basti  per lavorare. Anche il lavoro ci deve dare felicità.
Trasferisco  sempre più consapevolmente il mio vissuto emotivo nel lavoro. Più sono a  contatto con me stessa più percepisco gli altri, più mi ascolto più riesco ad  ascoltare gli altri. Trasformo la relazione umana in relazione didattica e  viceversa. L'esperienza diventa sapere.
Ogni anno è  diverso dal precedente. Ad ogni rielaborazione corrisponde un'evoluzione nel  lavoro. Non amo sentirmi prigioniera della routine. Desidero dare un risvolto  umano, sociale e politico al mio lavoro. Desidero camminare con me stessa insieme ad altri, anche perché  un'attività sociale non può essere solitaria, è fatto di confronto con gli  altri, anche se prima di tutto con se stessi. Desidero condividere la mia  esperienza, soprattutto arricchirla con il contributo dei giovani.
Un nuovo sogno,  un nuovo mito e una nuova libertà.
I giovani  rinnovano il mio entusiasmo, ridanno freschezza a questa  attività,  offrono altri e  diversi spunti, sono disponibili,  impegnati, leggeri. Sanno ancora sognare. Con loro mi sento libera di  continuare a creare. Rigenerano il mio spirito che si proietta verso nuove  avventure.

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